Adolescenti, istruzioni d’uso per genitori disperati

“Figli piccoli guai piccoli, figli grandi guai grandi” mai detto fu più azzeccato.

Avere a che fare con i figli adolescenti si rivela spesso un’impresa complessa, sfiancante talvolta. I genitori sono chiamati ad un nuovo e difficile compito: apprendere come gestire i tentativi di autonomia del proprio figlio, tentativi che spesso potranno sembrare assai contraddittori e confusi.

Sono due le aree generalmente più dolenti: la scuola -dove spesso gli adolescenti iniziano ad avere un rendimento scarso e a fare assenze- e il mancato rispetto delle regole- in quanto gli adolescenti iniziano a mostrare una netta opposizione verso le regole dettate dai genitori, e in generale dagli adulti.

I genitori per cercare di ristabilire la situazione tendono ad arrabbiarsi e a rimproverare il figlio oppure utilizzano rinforzi e punizioni per eliminare il comportamento scorretto, come facevano quando il ragazzo era un bambino. Queste modalità si rivelano spesso un vero e proprio fallimento.

Arrabbiarsi e rimproverare

L’arrabbiatura per definizione non è una strategia pensata e messa in atto in modo consapevole, ma in realtà si tratta di una reazione che scatta nel genitore quando “perde la pazienza”, rappresenta uno sfogo momentaneo per il genitore, ma non sortisce alcun effetto sugli adolescenti, se non quello di inasprire il conflitto o di provocare sensi di colpa nel genitore che ha perso la pazienza.

Il rimprovero è il tentativo di correzione del comportamento che utilizza la disapprovazione e la morale per cercare di generare nel ragazzo il rimorso per i comportamenti messi in atto. Nella maggior parte dei casi il rimprovero viene visto dagli adolescenti come conferma della distanza abissale con il mondo adulto. Nei casi in cui il rimprovero provoca rimorso rischia di essere ancora più pericoloso, in quanto può far nascere un senso di colpa verso ogni azione di sana ribellione ai genitori.

Premi e punizioni

Un’altra modalità di correzione del comportamento è rappresentata dai premi e dalle punizioni. Tra questi possiamo annoverare: regali per la promozione scolastica, divieti di uscire e di usare play station e computer, togliere il cellulare, vietare l’uso dei social.

Molto spesso però, questa strategia con gli adolescenti non funziona, questo perché per loro, non è importante il comportamento quanto tale, ma la sua funzione, ovvero sperimentare la propria autonomia e indipendenza. Il premio per aver riordinato la camera funziona con il bambino, perché ciò che per lui è rilevante è il premio e non l’azione in sé, mentre per l’adolescente l’azione ha un significato, in quanto esprime la propria autonomia e il distacco dalle figure genitoriali. Così, se i genitori infliggono una punizione per un certo comportamento (non aver riordinato la camera), allora la punizione può confermare che quel comportamento è giusto, proprio perché indesiderato dai genitori.

Tutto ciò che funzionava con i propri figli nella loro prima decade di vita, ora non sembra più funzionare. Allora, cosa fare per aiutare gli adolescenti a crescere, a divenire autonomi e contemporaneamente evitare comportamenti potenzialmente rischiosi o palesemente sbagliati?

L’adolescenza richiede una naturale messa in discussione delle figure genitoriali: padre e madre devono fare un passo indietro perché il giovane ne faccia due avanti. Partire da tale premessa permette ai genitori di anticipare gli atteggiamenti provocatori e critici del figlio, senza farsi cogliere impreparati e senza rischiare di arrabbiarsi inutilmente.

Quando tuttavia il limite della critica e dell’opposizione viene superato, il genitore deve mantenere il controllo e la gerarchia, attraverso una posizione ferma e decisa. Infatti se a guidare non sono più i genitori ma il figlio, tutta la famiglia finirà fuori strada.

La strategia dei premi e delle punizioni viene sostituita con quella della “inevitabile conseguenza”, ovvero, si passa dall’idea che il genitore sia il giudice del comportamento all’idea che il ragazzo è il primo responsabile delle proprie azioni. Con le parole di Kierkegaard: “noi siamo condannati ad essere liberi”, a scegliere e a essere responsabili delle nostre scelte come dei nostri possibili errori.  Significa rimandare indietro la responsabilità delle proprie scelte al ragazzo ed essere disposti a correre il rischio che sbagli, perché solo così possiamo offrirgli la possibilità di diventare un adulto responsabile in grado di scegliere e di correggere eventualmente le proprie scelte.

Dott.ssa Serena Fugazzi 

Se vuoi approfondire l’argomento leggi anche questo articolo

Bibliografia:

“Aiutare i genitori ad aiutare i figli. Problemi e soluzioni per il ciclo di vita” G. Nardone e collaboratori.

Sono Serena Fugazzi, psicologa psicoterapeuta, specialista in Terapia Breve Strategica. Ricevo in studio a Bologna e su Skype in tutto il mondo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *